Blog

  • Come mettere limiti ai nostri figli senza sentirsi in colpa

    Quando porre dei limiti ai nostri figli diventa un “atto d’amore

    I limiti innanzitutto sono i “no” che una figura di riferimento adulta riesce a dire al proprio figlio. Un figlio deve per la sua crescita armoniosa, fare esperienza del “no”. Quello però che fa sentire noi genitori in colpa, di solito, è più riferito alla modalità cioè al come diciamo i nostri no.
    Le ricerche, infatti, mostrano come i principali motivi per cui un genitore arriva a sentirsi in colpa, sono due: stress (purtroppo riduce il senso di sentirsi competenti aumentando il senso di colpa e può favorire sintomi depressivi); confronto con un ideale di “genitore migliore” e quindi l’idea del genitore, che il proprio modo di fare non sia all’altezza dei propri standard, delle aspettative sociali e culturali.
    Lo scarto tra la realtà e l’ideale genera in lui il senso di colpa. Questa colpa può prendere due forme diverse: “colpa riparativa” che spinge a riflettere e migliorare (miglior salute mentale e genitorialità più positiva); è un tipo di colpa diversa dalla colpa che porta a vergogna e ritiro (legata a esiti peggiori).
    Infine, ma non per importanza le ricerche ci dicono di come il genitore tende a sentirsi in colpa perché pensa che mettendo troppi limiti faccia stare male internamente il proprio figlio. In realtà no. Se i limiti sono posti con calore (ad esempio guardandolo negli occhi oppure dirgli frasi che riconoscono il suo sentire “so che ci tieni tanto” ecc.) il genitore infonderà in suo figlio un rimorso sano, non una ferita alla propria autostima.
    Infatti vi sono: un tipo di colpa adattiva (il figlio pensa “ho sbagliato ma la sistemo/mi scuso”) e un tipo di colpa disfunzionale (vergogna) nella quale il figlio pensa “sono io ad essere sbagliato”.
    Tuttavia quello che può portare il genitore a sentirsi meno in colpa è dato dai seguenti aspetti:
    – criticare il comportamento e non la persona (dire ad esempio: “hai urlato, ora parliamo piano” anziché dire “sei un maleducato”) così i nostri figli si sentiranno meno sbagliati. In breve il figlio comprenderà: non sono nato sbagliato ma è il mio comportamento ad esserlo quindi posso modificarlo;
    – spiegare sempre il “perché” della regola e accertarsi che l’abbia capita. Non solo imporla (ad esempio dire: “a letto alle 21, punto” anziché dire “a letto alle 21, così domani sei sveglio a scuola”);
    – avere un approccio gentile e fermo; questo fa aumentare la fiducia del genitore nelle proprie capacità (“capisco che ti stai divertendo, ma ora si spegne, si cena”)
    – auto-compassione, cioè essere gentili con se stessi come genitori: riduce in modo misurabile colpa e vergogna dopo un episodio genitoriale difficile (“Sono stanco, ho sbagliato il tono ma non l’intenzione. Ora mi scuso e ripartiamo“). Sono in pratica parole che diremo ad un amico in una situazione simile.

    💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Perché mio figlio non mi ascolta?

    Quando non ascoltare non significa disobbeddire

    Innanzitutto dobbiamo considerare un aspetto fondamentale. I nostri figli in base all’età hanno compiti evolutivi diversi. Così, se per un bambino di 8 anni uno dei compiti sarà il progressivo sviluppo dell’autoregolazione (imparare a gestire sempre meglio emozioni, impulsi e comportamento); ad esempio lui continua a giocare mentre la mamma gli ripete di venire a tavola; per un adolescente di 14 anni uno dei compiti evolutivi sarà quello di costruzione di un identità più definita e di una crescente autonomia dai genitori. Ad esempio una ragazza che vuole uscire con le amiche e il padre che le dice di tornare alle 21 ma al quale lei replica: Perché? Decidi sempre tutto tu.

    In entrambi i casi il genitore può legittimamente pensare “non mi ascolta più, mi sfida ecc”. Ma ciò che appare come una sfida può contenere anche un movimento evolutivo importante: il bisogno di sperimentare una propria posizione, esprimere un punto di vista diverso e partecipare progressivamente alle decisioni che lo riguardano. In questi casi quello che l’adulto di riferimento può fare è passare dal decidere per al negoziare con, quando la situazione lo consente.

    Ad esempio provare a costruire un accordo: Capisco che per te sia importante restare fino alle dieci. Per me è importante sapere che sei al sicuro. Facciamo così: stasera puoi rientrare alle dieci, ma alle nove mi scrivi per dirmi che va tutto bene e alle dieci vengo a prenderti. Se questo accordo funziona, possiamo rifarlo la prossima volta.

    Tuttavia negoziare può significare anche che il genitore non accetti, dicendo che non se la sente e che magari la prossima volta capiranno insieme come gestire questa concessione. Quindi non significa che il genitore debba cedere ma che l’adolescente può partecipare progressivamente alle decisioni portando le proprie ragioni ed essere ascoltato. Quindi non “fai quello che vuoi” ma “la tua voce conta sempre di più e, insieme alla libertà, cresce anche la tua responsabilità.”

    Una seconda considerazione importante riguarda lo sviluppo delle capacità di autoregolazione e delle funzioni esecutive. Questo, naturalmente, non significa che ogni protesta o rifiuta dipenda da questi processi che seguono. In un minore le funzioni esecutive (fermare un impulso, memoria di lavoro e flessibilità cognitiva) sono già presenti ma sono ancora in evoluzione e continuano ad affinarsi durante l’infanzia e l’adolescenza.

    Un bambino o un ragazzo può aver compreso perfettamente la regola e non aver ancora la capacità di regolare emozioni, attenzione e impulsi abbastanza da riuscire a seguirla, in ogni situazione. Ad esempio la richiesta specifica di un genitore può risultare molto difficile per un bambino/ragazzo in momenti in cui è molto coinvolto in ciò che sta facendo, quando è stanco, frustrato, arrabbiato o emotivamente molto attivato.

    In quei momenti può essere utile sospendere giudizi affrettati e chiederci che cosa stia rendendo più difficile rispondere ad una nostra richiesta. In quei casi le nostre richieste le possiamo fare diventare più semplici e meno complesse. Poche parole. Una consegna alla volta, concreta e diretta. Così una richiesta del tipo: Spegni la TV, sistema tutto, lavati le mani e vieni ad apparecchiare; la possiamo semplificare: metti i piatti in tavola.

    Infine, quando pensiamo “mio figlio non mi ascolta” possiamo fermarci un momento prima di concludere che non vuole ascoltarci. Essere genitore non significa trovare sempre la risposta giusta. Significa imparare a leggere ciò che accade nella relazione con lui e quando serve, provare a cambiare passo. Perché crescere un figlio è anche questo: mentre lui impara a diventare sempre più se stesso, noi impariamo un modo nuovo di accompagnarlo.

    💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Come posso capire se sto educando bene mio figlio?

    Alcune tracce nei primi anni dell’infanzia

    È una domanda che molti genitori si pongono. Fare il genitore è un compito complesso, che chiede di osservare e riflettere da prospettive diverse. Qui scelgo di soffermarmi su alcuni indizi concreti: tracce da osservare, più che risposte definitive.

    Innanzitutto, non conta soltanto la quantità di tempo trascorso con nostro figlio, ma il modo in cui abitiamo quel tempo. Ed è anche nostro figlio a restituircene qualcosa: nel modo in cui ci cerca, si lascia incontrare, gioca ed esplora.

    Possiamo coglierne una traccia quando lo vediamo entusiasta e, insieme, sereno; capace di stare nel gioco con l’altro e di lasciarsi assorbire dal gioco simbolico quando è da solo, mentre parla con i suoi giocattoli e crea scenografie degne di film.

    Io, come genitore, posso assentarmi. Quando torno, però, mio figlio mi riconosce e io riconosco lui: ci ritroviamo. È un reciproco riconoscimento fatto di abbracci, gioco e ascolto. Penso a un bambino che, quando il genitore torna dal lavoro, si nasconde per farsi trovare. E penso a quel genitore che, magari stanco dopo una lunga giornata, accoglie l’invito e si mette a cercarlo. Il bambino, desideroso di abbracciarlo, finisce presto per farsi trovare. È una piccola, meravigliosa danza d’amore.

    Un secondo indizio riguarda il modo in cui il bambino entra in relazione con gli altri. Impara, poco alla volta, a prendere il proprio spazio senza schiacciare quello altrui e a proteggere i propri confini senza ferire. A volte ci riesce, altre volte ha ancora bisogno dell’adulto. Anche questo è crescere: attraversare i conflitti, fare esperienza dei confini e comprendere quando restare, quando chiedere aiuto e quando cambiare gioco.

    Questi indizi non sono una pagella, né per il bambino né per il genitore. Educare bene non significa avere un figlio sempre felice o sempre sereno. Significa offrigli presenza, confini e una relazione sufficientemente affidabile, nella quale possa sentirsi visto, esplorare, sbagliare e tornare.

    Forse, allora, possiamo capire se stiamo educando bene osservando ciò che, giorno dopo giorno, prende forma nella relazione: un genitore che sceglie di costruire il riconoscimento del proprio figlio come una persona distinta da sé, con emozioni, desideri e limiti propri, senza ridurlo ai suoi comportamenti; e un figlio, dentro questa esperienza, può riconoscere nel genitore una presenza sufficientemente stabile, prevedibile e disponibile.

    💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Ti rubano il tempo o sei tu che devi ancora costruire dei confini?

    Spesso ci troviamo davanti ad un amico/a o sconosciuto/a che ci racconta la sua intera vita e noi in un primo momento diciamo: ma perché mi racconta tutta la sua vita? Subito dopo però lo ascoltiamo e lo supportiamo e lo confortiamo e ci fa piacere anche ad un certo punto. Ma poi ci accorgiamo a fine chiacchierata che la nostra energia è scesa e che già durante la conversazione c’era quella vocina dentro di noi che ci stava sussurrando qualcosa. Ci domandiamo. Come mai? I motivi sono semplici. Tanto semplici quanto difficili da accettare. Non abbiamo ancora imparato a porre dei limiti, a conservare le nostre energie e ad ascoltarci in modo autentico. Oppure abbiamo paura di perdere l’altro. I motivi per cui non lo abbiamo ancora imparato possono essere dei più svariati: frustrazione, desiderio di aiutare autentico ecc. Quando non definiamo i confini, lasciamo che siano gli altri a decidere quanto spazio occupare nella nostra giornata. Quindi cosa fare? Possiamo ascoltare con rispetto senza rinunciare a noi stessi. Possiamo dire ad esempio: La ringrazio per essersi aperto/a con me. Custodisco con cura ciò che mi ha raccontato, ma ora devo tornare ai miei impegni. In breve prendersi cura degli altri spesso si pensa che significa esserci sempre. Invece no. Un confine non interrompe una relazione: la rende più autentica. In psicologia i confini servono a regolare la vicinanza senza annullare se stessi nell’altro. Avere cura di sé è un atto di responsabilità verso se stessi e indirettamente verso l’altro.

    💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Il giorno in cui scoprì che il suo naso era storto

    Pirandello, in Uno, nessuno e centomila, racconta di un uomo che, mentre si osserva allo specchio per un piccolo fastidio a una narice, si sente dire dalla moglie: “Credevo stessi guardando da che parte ti pende il naso”. Da quella semplice osservazione tutto cambia. Ci sono momenti in cui ci rendiamo conto che la vita ci restituisce un immagine di noi che non avevamo visto fino ad allora. La nostra identità non nasce soltanto da ciò che vediamo allo specchio. Si costruisce attraverso gli sguardi che incontriamo. Per questo una frase apparentemente banale può diventare il punto da cui iniziamo a raccontarci una storia diversa di chi siamo. Un commento dell’altro su una parte del nostro corpo, fino a quel momento mai considerata davvero, può cambiare il dialogo che abbiamo con noi stessi. Da quel momento può accadere che iniziamo a considerarci “brutti” e iniziamo a chiuderci, vivendo quel tratto come un difetto da correggere oppure come un opportunità che la vita ci ha regalato per scoprire la nostra ricchezza interiore e dire, ad esempio, con un sorriso: “Ma che bello. Questo significa che non passo inosservato.” Il punto su cui vorrei soffermarmi è questo. Noi abbiamo dentro una costellazione di sguardi: quello dei genitori, degli amici, di chi ci ha amati, di chi ci ha feriti. Nessuno di questi può essere cancellato. Ma nessuno, da solo, dovrebbe diventare il cielo sotto cui impariamo a vivere. Per questo abbiamo la responsabilità di scegliere ciò che diciamo a noi stessi, non ciò che gli altri ci dicono. Non possiamo scegliere lo sguardo dell’altro. Possiamo però scegliere il significato che gli attribuiamo e il posto che gli concediamo nella storia che raccontiamo di noi. Possiamo ascoltare l’altro, ma non consegnargli mai il timone della nostra identità. Lo sguardo dell’altro può incontrarci, ma non definirci.

    💬 Il presente articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce in alcun modo un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Ciò che nutri, nel tempo cresce

    Spesso accade questo. Ti succede una cosa, apparentemente molto semplice: immagina di uscire di casa e di perdere l’autobus per pochi secondi. Allora, un giorno puoi pensare: “Che nervi… però ormai è andata. Aspetto il prossimo e intanto rispondo a quel messaggio che rimando da giorni“. Così quel piccolo contrattempo rimane solo un episodio. Un altro giorno invece accade che lo stesso evento ti faccia dire: “Capita sempre a me. Sono sfortunato“.

    Da quel momento inizi a vedere sopratutto ciò che confermava quel pensiero. Non perché la realtà sia cambiata, ma perché è cambiato il tuo sguardo. E quando cambia il modo in cui guardiamo il mondo, spesso cambia anche il modo in cui ci muoviamo dentro di esso. Così la giornata sembra davvero peggiorare.

    E allora qual’è il punto? Non è tanto ciò che ti è accaduto ma il significato che quel episodio assume dentro di te. Puoi continuare a leggere la giornata attraverso la convinzione di essere sfortunato oppure fermarti e osservare ciò che sta accadendo con uno sguardo diverso.

    Ti propongo allora una domanda: che cosa stai nutrendo dentro di te? Con questo articolo vorrei invitarti a rendere più consapevole questa scelta giorno dopo giorno. Non significa ignorare il dolore o fingere che tutto vada bene. Significa decidere di non lasciare che un singolo episodio definisca l’intera giornata. Perché ciò a cui dai attenzione tende a occupare sempre più spazio dentro di te. E ciò che coltivi, nel tempo, cresce.

    Non puoi scegliere ciò che ti accade. Puoi scegliere, però, come attraversarlo. E se oggi proprio non ci riesci. Beh. Accettalo. Eviti di farti male due volte: una per ciò che è accaduto e una per aver preteso da te qualcosa che, oggi, non potevi fare.

    💬 Il presente articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce in alcun modo un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Troppo spesso ci illudiamo che solo sapere come cambiare sia sufficiente per cambiare davvero.

    Quello che ho imparato è che non basta riempirci di saperi tecnici per innescare un cambiamento. Occorrono umiltà, gratitudine, coraggio e autenticità. Aggiungerei anche una buona dose di impegno. La società di oggi, così intrisa di stimoli, non fa altro che rimandare ancora di più il cambiamento che desideriamo. Che sia esso tradotto con un cambiamento di un comportamento oppure con un cambio di lavoro. Allora, cosa fare? Innanzitutto smettila di chiedere all’esterno ciò di cui hai bisogno dentro di te. Per una volta (o per più volte). FERMATI! Sappiamo che il nostro cervello prende decisioni migliori e affronta un cambiamento in modo ottimale quando riesce a mettere insieme, si, conoscenze tecniche, ma tali conoscenze devono essere assolutamente integrate nel processo di cambiamento di pratiche personali. Non posso di certo scegliere io quali siano le tue pratiche personali, ma sappi che esse riflettono conoscenze emotive, spirituali e intuitive. Di solito sono pratiche sottili, calme e silenziose. Al contrario, correre in giro qualche ora prima di una scadenza o parlare incessantemente per riempire i vuoti difficilmente possono far accrescere la tua profondità e la tua saggezza come persona, qualità indispensabili per prendere ottime decisioni oppure orientare il proprio cambiamento. Anche un buon libro, ad esempio, può aprire una porta e può cambiare il tuo modo di pensare. Ma sono le pratiche quotidiane che fai che può cambiare il modo in cui vivi.

    💬 Il presente articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce in alcun modo un colloquio psicologico terapeutico personalizzato.

  • Dire no senza smettere di amare

    Spesso crediamo che l’amore significhi dire sempre “sì”: sì alla richiesta dell’altro, sì al suo bisogno, sì anche quando dentro di noi si accende la fatica o il disagio. In realtà, la psicologia ci mostra che la capacità di dire no è uno dei pilastri più importanti delle relazioni sane. Ricercatori come Manuel J. Smith (1975) e Albert Bandura hanno sottolineato che l’assertività – ossia l’abilità di affermare i propri bisogni e limiti senza aggredire l’altro – è una competenza fondamentale per il benessere psicologico. Non è solo un “trucco” di comunicazione: è un modo per custodire la nostra autenticità e, allo stesso tempo, nutrire il rispetto reciproco. In una lettura ispirata a Jacques Lacan, il soggetto prende forma attraverso il linguaggio e nel rapporto con il desiderio dell’Altro. In questo senso, dire no, non significa soltanto rifiutare una richiesta: può diventare un modo per sottrarsi al ruolo che l’altro ci assegna. È come dire: non mi esaurisco nelle aspettative che hai costruito su di me. Dire NO, allora, significa riconoscersi più grandi del ruolo attribuito dall’altro. È un atto di dignità, che ci permette di restare presenti come persone intere, non soltanto come funzioni a disposizione.

    Quando dire sempre “sì” diventa una trappola

    In molte relazioni disfunzionali incontriamo questa dinamica: una persona che si rende costantemente disponibile, che anticipa e soddisfa i desideri del partner, rinunciando ai propri spazi e bisogni. All’inizio sembra amore, sembra dedizione. Col tempo, però, questa disponibilità senza confini diventa terreno fertile per la frustrazione e per il risentimento in chi da. Pensiamo ad un esempio:

    Anna e Marco convivono da qualche anno. Anna ha sempre cercato di rendere la vita di Marco più semplice: prepara i pasti, organizza gli impegni, risponde alle sue richieste senza mai lamentarsi. A un certo punto, però, Anna si accorge che non ha più tempo per sé, che i suoi desideri sono messi da parte, che la sua voce interiore si è fatta muta. Decide allora una piccola regola: due sere a settimana sarebbero state solo per lei. La reazione di Marco non è silenziosa. All’inizio, si arrabbia e usa parole offensive:

    “Sei diventata egoista. Non sei più quella di una volta.”

    Oppure si lamenta:

    “Proprio stasera che avevo bisogno di te, tu pensi solo a te stessa.”

    Chi ha detto troppi “sì” per troppo tempo lo sa bene: basta un confine nuovo perché l’altro lo percepisca come una minaccia. Anna, ferita ma determinata, sceglie di non cedere. Esercita quella che in psicologia si chiama resistenza assertiva: non una risposta isolata, ma un filo costante che si rinnova ogni volta.

    Ecco come risponde:

    “Capisco che ti dispiaccia, Marco. Per me queste due sere sono importanti: mi aiutano a ricaricarmi e a stare meglio anche con te.”

    “Non significa che non ti voglio bene. Significa che ho bisogno anch’io di tempo per me.”

    “So che ti sembra ingiusto. Ma se continuo a dire sempre sì, divento stanca e arrabbiata. Non è questo il modo in cui voglio amarti.”

    “Comprendo la tua frustrazione, ma questa scelta per me non cambia: due sere le dedico a me stessa.”

    Non basta un solo no: serve la coerenza nel tempo, la fermezza che educa la relazione a un nuovo equilibrio.

    Il cambiamento che nasce dal confine

    All’inizio Marco si sente respinto, proprio come il gatto che miagola quando non riceve subito il cibo. Ma col tempo impara ad attendere, a organizzarsi, ad apprezzare di più i momenti condivisi. E accade qualcosa di nuovo:

    – Anna si sente meno frustrata, più libera, più autentica anche più disposta ad amarlo

    – Marco scopre che non è “abbandonato”, ma che in quella distanza c’è spazio per riconoscere il valore di Anna. Il no di Anna, pur passando attraverso offese e lamentele, non è stato una rottura: è diventato un insegnamento reciproco. L’amore non cresce dal compiacere, ma dal rispetto dei confini.

    Perché dire no rafforza l’amore

    Dal punto di vista psicologico, dire no in una relazione:

    riduce la frustrazione di chi si sacrifica continuamente;

    favorisce l’autenticità, perché non ci si nasconde dietro maschere di compiacenza;

    stimola la reciprocità, perché l’altro impara a dare e non solo a ricevere;

    promuove il rispetto, che nasce sempre dai confini chiari.

    ✨Come in un giardino, i confini non sono muri che isolano, ma staccionate che proteggono e rendono riconoscibile lo spazio di ciascuno.

    Conclusione

    Dire no a chi amiamo non significa respingerlo, ma scegliere una forma più matura e coraggiosa di relazione. Significa dire: “Ti vedo, ma mi vedo anch’io. Ti rispetto, e mi rispetto anch’io”. È in questo equilibrio che nasce la vera intimità: non dal sacrificio senza fine, ma dalla capacità di restare fedeli a sé stessi mentre si resta accanto all’altro.

    💬 Il presente articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce in alcun modo un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • ll potere della gratitudine nella trasformazione del Sé

    Si manifesta nei momenti di passaggio, quando ciò che eravamo non basta più a sostenere ciò che stiamo diventando. È come se la vita ci dicesse: “La forma che avevi fino a ieri ti ha portato fin qui, ma adesso è tempo di trasformarla.” Spesso viviamo le regole che seguiamo – familiari, sociali, interiori – come costrizioni. Ma se ci fermiamo a guardarle con occhi nuovi, scopriamo che molte di esse hanno avuto senso nella fase precedente della nostra vita. Non erano sbagliate: ci hanno protetto, dato sicurezza, accompagnato.

    🍀Perché allora le regole chiedono di diventare altro?

    Perché la vita stessa evolve, e con lei i nostri bisogni. Quello che ieri era protezione, oggi può diventare gabbia. Quello che ieri ci ha guidato, oggi rischia di impedirci di andare oltre. È la crescita a far nascere questa necessità di trasformazione. Un esempio semplice: un ragazzo che da bambino obbediva ai suoi genitori lo faceva perché quella regola gli dava protezione. Col tempo, quell’obbedienza può trasformarsi in rispetto autentico: non più cieca adesione, ma riconoscimento delle radici da cui proviene.

    🪴Ma questa trasformazione non accade da sola.🌟

    Occorre uno sguardo attivo di gratitudine. Non sempre nasce spontaneamente: spesso è una scelta, un atto di coraggio. E richiede fatica: è come il bruco che deve rompere la corazza del bozzolo per diventare farfalla. Senza quello sforzo, la metamorfosi non accade. E nella vita quotidiana questa fatica assomiglia a lasciare un lavoro che conosciamo bene ma non ci appartiene più, per iniziare un percorso incerto ma più autentico. O a smettere di trattenere relazioni che ci hanno dato sicurezza, per aprirci a legami più veri.

    💡🌠Ecco perché la gratitudine è così potente: ci impedisce di restare accartocciati sul passato e apre lo spazio per dire: “Quello che è stato mi ha portato qui, ora posso trasformarlo.” Così accade in ogni identità in crisi. Ciò che sembrava un limite diventa un ponte. Ciò che era obbedienza diventa libertà. Ciò che era paura può trasformarsi in coraggio. Non si tratta di scartare ciò che siamo stati, ma di riconoscerlo come parte della nostra evoluzione, come seme che oggi germoglia in una nuova forma di noi.

    🌱 È solo assumendo questo sguardo – di gratitudine e trasformazione – che possiamo davvero entrare in una nuova fase evolutiva, senza restare bloccati nel passato.

    💬 Il presente articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce in alcun modo un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Riscoprire chi siamo al di là dei nostri ruoli

    🍀 Riconoscersi oltre l’immagine

    A volte, è proprio quando l’immagine che abbiamo di noi si incrina che può iniziare qualcosa di nuovo. Jacques Lacan ci ricorda che il nostro “io” nasce nello specchio, nell’immagine riflessa che impariamo a riconoscere come noi stessi. Ma la vita, con le sue crepe e fratture, ci offre la possibilità di scoprire che siamo molto di più di quell’immagine. Quando una relazione si spezza, un ruolo svanisce o un progetto fallisce, la frattura ci costringe a guardare oltre lo specchio. È un momento doloroso, sì, ma anche un invito: scoprire che non siamo solo ciò che mostriamo, ma anche ciò che ancora non conosciamo di noi.

    Ed è qui che l’esperienza si fa viva, concreta.

    🪴Esempio di vita reale

    Luca, 42 anni, si è sempre definito come “il marito di” e “il padre di”. Dopo una separazione inattesa, si sente perso, come se avesse perso il volto insieme alla famiglia. In terapia, comincia a esplorare passioni dimenticate: la scrittura, i viaggi, l’amicizia. Lentamente, lo specchio si riempie di nuovi riflessi. E capisce che la perdita non ha cancellato chi è: ha liberato parti di sé che attendevano di essere viste.

    🍃Perché non è un male?

    La frattura dell’immagine non è la fine: è la crepa da cui entra la luce. È l’occasione per passare da una vita “vista da fuori” a una vita sentita dall’interno. Scoprire che il desiderio non è solo mancanza, ma anche slancio verso ciò che ci fa sentire vivi.

    💬 Il presente articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce in alcun modo un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.