Genitorialità

  • Come mettere limiti ai nostri figli senza sentirsi in colpa

    Quando porre dei limiti ai nostri figli diventa un “atto d’amore

    I limiti innanzitutto sono i “no” che una figura di riferimento adulta riesce a dire al proprio figlio. Un figlio deve per la sua crescita armoniosa, fare esperienza del “no”. Quello però che fa sentire noi genitori in colpa, di solito, è più riferito alla modalità cioè al come diciamo i nostri no.
    Le ricerche, infatti, mostrano come i principali motivi per cui un genitore arriva a sentirsi in colpa, sono due: stress (purtroppo riduce il senso di sentirsi competenti aumentando il senso di colpa e può favorire sintomi depressivi); confronto con un ideale di “genitore migliore” e quindi l’idea del genitore, che il proprio modo di fare non sia all’altezza dei propri standard, delle aspettative sociali e culturali.
    Lo scarto tra la realtà e l’ideale genera in lui il senso di colpa. Questa colpa può prendere due forme diverse: “colpa riparativa” che spinge a riflettere e migliorare (miglior salute mentale e genitorialità più positiva); è un tipo di colpa diversa dalla colpa che porta a vergogna e ritiro (legata a esiti peggiori).
    Infine, ma non per importanza le ricerche ci dicono di come il genitore tende a sentirsi in colpa perché pensa che mettendo troppi limiti faccia stare male internamente il proprio figlio. In realtà no. Se i limiti sono posti con calore (ad esempio guardandolo negli occhi oppure dirgli frasi che riconoscono il suo sentire “so che ci tieni tanto” ecc.) il genitore infonderà in suo figlio un rimorso sano, non una ferita alla propria autostima.
    Infatti vi sono: un tipo di colpa adattiva (il figlio pensa “ho sbagliato ma la sistemo/mi scuso”) e un tipo di colpa disfunzionale (vergogna) nella quale il figlio pensa “sono io ad essere sbagliato”.
    Tuttavia quello che può portare il genitore a sentirsi meno in colpa è dato dai seguenti aspetti:
    – criticare il comportamento e non la persona (dire ad esempio: “hai urlato, ora parliamo piano” anziché dire “sei un maleducato”) così i nostri figli si sentiranno meno sbagliati. In breve il figlio comprenderà: non sono nato sbagliato ma è il mio comportamento ad esserlo quindi posso modificarlo;
    – spiegare sempre il “perché” della regola e accertarsi che l’abbia capita. Non solo imporla (ad esempio dire: “a letto alle 21, punto” anziché dire “a letto alle 21, così domani sei sveglio a scuola”);
    – avere un approccio gentile e fermo; questo fa aumentare la fiducia del genitore nelle proprie capacità (“capisco che ti stai divertendo, ma ora si spegne, si cena”)
    – auto-compassione, cioè essere gentili con se stessi come genitori: riduce in modo misurabile colpa e vergogna dopo un episodio genitoriale difficile (“Sono stanco, ho sbagliato il tono ma non l’intenzione. Ora mi scuso e ripartiamo“). Sono in pratica parole che diremo ad un amico in una situazione simile.

    💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Perché mio figlio non mi ascolta?

    Quando non ascoltare non significa disobbeddire

    Innanzitutto dobbiamo considerare un aspetto fondamentale. I nostri figli in base all’età hanno compiti evolutivi diversi. Così, se per un bambino di 8 anni uno dei compiti sarà il progressivo sviluppo dell’autoregolazione (imparare a gestire sempre meglio emozioni, impulsi e comportamento); ad esempio lui continua a giocare mentre la mamma gli ripete di venire a tavola; per un adolescente di 14 anni uno dei compiti evolutivi sarà quello di costruzione di un identità più definita e di una crescente autonomia dai genitori. Ad esempio una ragazza che vuole uscire con le amiche e il padre che le dice di tornare alle 21 ma al quale lei replica: Perché? Decidi sempre tutto tu.

    In entrambi i casi il genitore può legittimamente pensare “non mi ascolta più, mi sfida ecc”. Ma ciò che appare come una sfida può contenere anche un movimento evolutivo importante: il bisogno di sperimentare una propria posizione, esprimere un punto di vista diverso e partecipare progressivamente alle decisioni che lo riguardano. In questi casi quello che l’adulto di riferimento può fare è passare dal decidere per al negoziare con, quando la situazione lo consente.

    Ad esempio provare a costruire un accordo: Capisco che per te sia importante restare fino alle dieci. Per me è importante sapere che sei al sicuro. Facciamo così: stasera puoi rientrare alle dieci, ma alle nove mi scrivi per dirmi che va tutto bene e alle dieci vengo a prenderti. Se questo accordo funziona, possiamo rifarlo la prossima volta.

    Tuttavia negoziare può significare anche che il genitore non accetti, dicendo che non se la sente e che magari la prossima volta capiranno insieme come gestire questa concessione. Quindi non significa che il genitore debba cedere ma che l’adolescente può partecipare progressivamente alle decisioni portando le proprie ragioni ed essere ascoltato. Quindi non “fai quello che vuoi” ma “la tua voce conta sempre di più e, insieme alla libertà, cresce anche la tua responsabilità.”

    Una seconda considerazione importante riguarda lo sviluppo delle capacità di autoregolazione e delle funzioni esecutive. Questo, naturalmente, non significa che ogni protesta o rifiuta dipenda da questi processi che seguono. In un minore le funzioni esecutive (fermare un impulso, memoria di lavoro e flessibilità cognitiva) sono già presenti ma sono ancora in evoluzione e continuano ad affinarsi durante l’infanzia e l’adolescenza.

    Un bambino o un ragazzo può aver compreso perfettamente la regola e non aver ancora la capacità di regolare emozioni, attenzione e impulsi abbastanza da riuscire a seguirla, in ogni situazione. Ad esempio la richiesta specifica di un genitore può risultare molto difficile per un bambino/ragazzo in momenti in cui è molto coinvolto in ciò che sta facendo, quando è stanco, frustrato, arrabbiato o emotivamente molto attivato.

    In quei momenti può essere utile sospendere giudizi affrettati e chiederci che cosa stia rendendo più difficile rispondere ad una nostra richiesta. In quei casi le nostre richieste le possiamo fare diventare più semplici e meno complesse. Poche parole. Una consegna alla volta, concreta e diretta. Così una richiesta del tipo: Spegni la TV, sistema tutto, lavati le mani e vieni ad apparecchiare; la possiamo semplificare: metti i piatti in tavola.

    Infine, quando pensiamo “mio figlio non mi ascolta” possiamo fermarci un momento prima di concludere che non vuole ascoltarci. Essere genitore non significa trovare sempre la risposta giusta. Significa imparare a leggere ciò che accade nella relazione con lui e quando serve, provare a cambiare passo. Perché crescere un figlio è anche questo: mentre lui impara a diventare sempre più se stesso, noi impariamo un modo nuovo di accompagnarlo.

    💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.

  • Come posso capire se sto educando bene mio figlio?

    Alcune tracce nei primi anni dell’infanzia

    È una domanda che molti genitori si pongono. Fare il genitore è un compito complesso, che chiede di osservare e riflettere da prospettive diverse. Qui scelgo di soffermarmi su alcuni indizi concreti: tracce da osservare, più che risposte definitive.

    Innanzitutto, non conta soltanto la quantità di tempo trascorso con nostro figlio, ma il modo in cui abitiamo quel tempo. Ed è anche nostro figlio a restituircene qualcosa: nel modo in cui ci cerca, si lascia incontrare, gioca ed esplora.

    Possiamo coglierne una traccia quando lo vediamo entusiasta e, insieme, sereno; capace di stare nel gioco con l’altro e di lasciarsi assorbire dal gioco simbolico quando è da solo, mentre parla con i suoi giocattoli e crea scenografie degne di film.

    Io, come genitore, posso assentarmi. Quando torno, però, mio figlio mi riconosce e io riconosco lui: ci ritroviamo. È un reciproco riconoscimento fatto di abbracci, gioco e ascolto. Penso a un bambino che, quando il genitore torna dal lavoro, si nasconde per farsi trovare. E penso a quel genitore che, magari stanco dopo una lunga giornata, accoglie l’invito e si mette a cercarlo. Il bambino, desideroso di abbracciarlo, finisce presto per farsi trovare. È una piccola, meravigliosa danza d’amore.

    Un secondo indizio riguarda il modo in cui il bambino entra in relazione con gli altri. Impara, poco alla volta, a prendere il proprio spazio senza schiacciare quello altrui e a proteggere i propri confini senza ferire. A volte ci riesce, altre volte ha ancora bisogno dell’adulto. Anche questo è crescere: attraversare i conflitti, fare esperienza dei confini e comprendere quando restare, quando chiedere aiuto e quando cambiare gioco.

    Questi indizi non sono una pagella, né per il bambino né per il genitore. Educare bene non significa avere un figlio sempre felice o sempre sereno. Significa offrigli presenza, confini e una relazione sufficientemente affidabile, nella quale possa sentirsi visto, esplorare, sbagliare e tornare.

    Forse, allora, possiamo capire se stiamo educando bene osservando ciò che, giorno dopo giorno, prende forma nella relazione: un genitore che sceglie di costruire il riconoscimento del proprio figlio come una persona distinta da sé, con emozioni, desideri e limiti propri, senza ridurlo ai suoi comportamenti; e un figlio, dentro questa esperienza, può riconoscere nel genitore una presenza sufficientemente stabile, prevedibile e disponibile.

    💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.