Pirandello, in Uno, nessuno e centomila, racconta di un uomo che, mentre si osserva allo specchio per un piccolo fastidio a una narice, si sente dire dalla moglie: “Credevo stessi guardando da che parte ti pende il naso”. Da quella semplice osservazione tutto cambia. Ci sono momenti in cui ci rendiamo conto che la vita ci restituisce un immagine di noi che non avevamo visto fino ad allora. La nostra identità non nasce soltanto da ciò che vediamo allo specchio. Si costruisce attraverso gli sguardi che incontriamo. Per questo una frase apparentemente banale può diventare il punto da cui iniziamo a raccontarci una storia diversa di chi siamo. Un commento dell’altro su una parte del nostro corpo, fino a quel momento mai considerata davvero, può cambiare il dialogo che abbiamo con noi stessi. Da quel momento può accadere che iniziamo a considerarci “brutti” e iniziamo a chiuderci, vivendo quel tratto come un difetto da correggere oppure come un opportunità che la vita ci ha regalato per scoprire la nostra ricchezza interiore e dire, ad esempio, con un sorriso: “Ma che bello. Questo significa che non passo inosservato.” Il punto su cui vorrei soffermarmi è questo. Noi abbiamo dentro una costellazione di sguardi: quello dei genitori, degli amici, di chi ci ha amati, di chi ci ha feriti. Nessuno di questi può essere cancellato. Ma nessuno, da solo, dovrebbe diventare il cielo sotto cui impariamo a vivere. Per questo abbiamo la responsabilità di scegliere ciò che diciamo a noi stessi, non ciò che gli altri ci dicono. Non possiamo scegliere lo sguardo dell’altro. Possiamo però scegliere il significato che gli attribuiamo e il posto che gli concediamo nella storia che raccontiamo di noi. Possiamo ascoltare l’altro, ma non consegnargli mai il timone della nostra identità. Lo sguardo dell’altro può incontrarci, ma non definirci.
💬 Il presente articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo e non sostituisce in alcun modo un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.