Spesso ci troviamo davanti ad un amico/a o sconosciuto/a che ci racconta la sua intera vita e noi in un primo momento diciamo: ma perché mi racconta tutta la sua vita? Subito dopo però lo ascoltiamo e lo supportiamo e lo confortiamo e ci fa piacere anche ad un certo punto. Ma poi ci accorgiamo a fine chiacchierata che la nostra energia è scesa e che già durante la conversazione c’era quella vocina dentro di noi che ci stava sussurrando qualcosa. Ci domandiamo. Come mai? I motivi sono semplici. Tanto semplici quanto difficili da accettare. Non abbiamo ancora imparato a porre dei limiti, a conservare le nostre energie e ad ascoltarci in modo autentico. Oppure abbiamo paura di perdere l’altro. I motivi per cui non lo abbiamo ancora imparato possono essere dei più svariati: frustrazione, desiderio di aiutare autentico ecc. Quando non definiamo i confini, lasciamo che siano gli altri a decidere quanto spazio occupare nella nostra giornata. Quindi cosa fare? Possiamo ascoltare con rispetto senza rinunciare a noi stessi. Possiamo dire ad esempio: La ringrazio per essersi aperto/a con me. Custodisco con cura ciò che mi ha raccontato, ma ora devo tornare ai miei impegni. In breve prendersi cura degli altri spesso si pensa che significa esserci sempre. Invece no. Un confine non interrompe una relazione: la rende più autentica. In psicologia i confini servono a regolare la vicinanza senza annullare se stessi nell’altro. Avere cura di sé è un atto di responsabilità verso se stessi e indirettamente verso l’altro.
💬 Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce un colloquio psicologico o un percorso terapeutico personalizzato.
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